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martedì 8 aprile 2014
PAROLA AL LETTORE: LA MOGLIE DELL' UOMO CHE VIAGGIAVA NEL TEMPO riflessioni di NeoArgo
"Conta soltanto questo: lui è qui, io sono qui,
non importa come purché resti con me."
La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un libro pieno di sorprese che non ti aspetti minimamente. Una storia d’amore che è consumata attraverso il tempo, in un ciclo che si ripete senza mai finire. Harry viaggia nel tempo, ma non per sua scelta, soffre di un disturbo che altera la sua concezione del tempo. Così da ritrovarsi davanti a episodi del suo passato senza poterli modificare, o davanti a qualcosa che deve ancora avvenire. Viaggia senza controllo, quando meno se lo aspetta, sparisce lasciando come unica traccia del suo viaggio gli indumenti che per qualche regola non detta, non sono trasportati con sé nei suoi viaggi. Viaggiando attraverso il tempo incontra per la prima volta la sua futura moglie nel passato quando aveva sei anni, a dodici a quattordici e infine a diciotto anni, per poi sparire completamente e rincontrarsi nel presente. Clare e Harry si conoscono da una vita, consumando il loro amore attraverso il tempo. L’intera storia c’è narrata a volte da Clare che mette a fuoco il suo punto di vista di colei che è lasciata indietro dai continui viaggi del tempo di Harry.
Da Harry che racconta la sua vita descritta da chi viaggia nel tempo senza speranze di potersi fermare.
Un libro gestito magistralmente, un grande puzzle, in cui i viaggi del tempo non sono altro che dei grandi pezzi che serviranno per incastrare una complicata e senza tempo storia d’amore. Passato, presente e futuro all’interno del libro, hanno una sola dimensione, alternandosi in maniera sorprendente per creare quella suspense degna dei migliori libri di fantascienza. Un libro che consiglio, che rileggerei se potessi tornare indietro nel tempo. Come ho già detto la storia d’amore di Harry e Clare non conosce confini, supera il tempo e anche per certi versi la morte stessa, perché in qualsiasi istante, in qualsiasi tempo, Clare e Harry si conosce e stanno vivendo la loro storia d’amore.
NEOARGO
venerdì 4 aprile 2014
IL GIOCO DEL RAGNO CAPITOLO 24
24
Alle otto e mezza mi
trovavo nell’ingresso di casa di Serena, mi aveva aperto Domenico.
L’appuntamento era per le nove e un quarto davanti la chiesa di Sferracavallo.
-Andrea, arrivo, un minuto
ancora. –
-Sì, fai con comodo,
abbiamo tempo. –
La rassicurai, non avevamo
fretta, conoscevo la puntualità dei miei amici. Avevo invitato anche Sergio,
ma era già impegnato e Alessio che mi rispose con un messaggio, aveva scritto
solamente Forse.
“Ma che cavolo vuole dire
forse? O viene o non viene. Speriamo che si decida.”
-Eccomi, pronta. Ti ho
fatto aspettare scusami. –
-Ma figurati. Dobbiamo
passare da Alessio. –
-Vieni pure lui? –
-Forse. –
Bussammo a casa di Alessio,
si sentiva abbaiare Alfred, era l’unico segnale di vita che usciva da
quell’appartamento. Riprovai, il cane era dietro la porta, sembrava che la
stava abbattendo, abbaiava come un disperato. L’ululato del cane fu sommerso da
un urlo di una donna –E vai ad aprire! – era la signora Silvana. Si sentivano i
passi di Alessio avvicinarsi alla porta. Alfred aumentò l’intensità dei suoi
latrati.
-Zittooooooo!-
Questo era Alessio che
urlava contro il suo cane.
Aprì di poco la porta. Si
intravedeva solo il muso del cane che cercava di allargare lo spiraglio tra la
porta e il muro di casa per scappare e deliziarci con balletti e saltelli.
-Andrea ciao. –
-Ciao sono con Serena,
allora vieni con noi? –
Fino ad ora non si era
accorto della presenza di Serena, appreso che c’era pure lei, sembrava che
avesse cambiato tono di voce. Cominciò a balbettare, alla fine si decise a
venire.
-Datemi solo dieci minuti,
ci vediamo giù al portone. –
-Miracolo è uscito! –
-Solitamente non esce mai?
– chiese Serena.
-Diciamo che sono rare le
volte che ci da questo piacere. –
Aspettammo più di venti
minuti, quando lo vedemmo varcare la soglia del portone del palazzo. Stentavo a
crederci, lo riconoscevo a stento. Era totalmente diverso dal solito, sembrava
un altro.
Alessio era il re dei
trasandati, gli unici abiti che indossava erano pantaloni sformati di vecchie
tute, e maglioni infeltriti larghi e informi. Era sempre spettinato e con la
barba di giorni e a completare il look delle ciabattone marroni ai piedi.
Per la prima volta lo
vedevo sistemato. Capii che la presenza di Serena era stata fondamentale a
questo cambiamento.
“E bravo Alessio, qui gatta
ci cova”. Non dissi nulla per non imbarazzarlo, lui si scusò per il ritardo e
si fiondò in macchina nel sedile posteriore.
Sferracavallo era
totalmente diversa da come l’avevo sognata la notte prima. Forse era stato il
vecchio Hemingway a influenzare il mio sogno e a trasformare la fiera di fine
inverno nella fiesta di San Firmino. Non c’era quella marea di persone
che la calcano quando c’è la festa di San Cosmo e Damiano, la piazza accoglieva
solamente quattro gazebo dove erano esposte chincaglierie, un paio di
furgoncini che vendevano panini imbottiti con porchetta. Niente di più,
l’attrazione principale era costituita da un palco sul quale si esibiva una
giovane band sconosciuta, cantava brani di musica leggera italiana. Anche le
condizioni climatiche erano totalmente differenti dal caldo dei primi di
settembre, un vento gelido spirava dal mare. Il golfo appariva però calmo, le
barche dei pescatori erano tutte al molo.
In compenso però la serata
fu piacevole, Serena conosceva per la prima volta i miei amici e soprattutto
conobbe Sofia. Ero curioso di sapere cose ne pensasse. Lei ogni tanto mi
gettava un’occhiata, nei suoi sguardi cercavo di scorgerne qualche segno.
Alessio invece mi stupì parecchio, di solito in queste situazioni era sempre
taciturno, preferiva ascoltare anziché intrattenere discussioni. Contrariamente
al solito era molto più spigliato, seguiva sempre i discorsi di Serena, la
appoggiava nelle sue tesi intervenendo di frequente. Io invece mi tenevo sulle
mie, ero silenzioso.
Terminata la serata, una
volta in auto sulla strada per il ritorno, continuai ad essere taciturno. Il
silenzio fu interrotto da una risatina di Serena, seguita da quella di Alessio.
Li guardai con un’espressione interrogativa.
-Che c’è? –
-Ti piace Sofia, vedo. –
rispose Serena a bruciapelo.
-Ma che stai dicendo? Per
me lei è ormai un’amica, mi sono stufato di andarle
dietro. –
-Sì, si certo. Ma si vede
da come la guardi, che provi qualcosa per lei. -
-Perché come la guardavo?
Non mi sono accorto di averla guardata in modo
particolare. -
-Da pesce lesso. – Rispose
ridendo Alessio.
-Boh, che ci crediate o no,
le cose stanno così. -
- Va bene Romeo, ci
crediamo – disse Serena ammiccando ad Alessio – prima che me lo dimentichi, il
prete che deve cresimare Domenico fisserà un incontro con i padrini, quindi ti
toccherà una bella ramanzina, preparati. –
-Ci sarò. Ma penso che ci
sia un’altra notizia che devi darmi.. ricordi? Ieri mi hai detto che avevi due
notizie importanti da comunicarmi, una era l’ultimo esame sostenuto, l’altra me
l’avresti detta oggi. –
Serena fece un sorriso che
mostrava quasi tutti e trentadue denti. Sembrava contenta che mi fossi
ricordato di chiederle la notizia.
-Sì, c’è un’altra notizia
importante.. ieri ti ho detto che finalmente ho finito con gli esami.. bene, il
relatore della tesa mi ha proposto di farne una sperimentale a
Barcellona! –
-Ma è fantastico! –
-Fantastico! – ripeté
Alessio.
- Quando dovresti partire?
– chiesi.
-Fra qualche settimana,
infatti Domenico, fino a Giugno starà a casa di mia zia, poi riprenderà la
scuola a settembre in un istituto italo spagnolo a Barcellona. –
-Che vuol dire che
riprenderà la scuola a Barcellona? Terminata la tesi rimarrai lì? –
-Andrea, non andrò solo per
la tesi a Barcellona. Io, una mia amica e altri ragazzi stiamo mettendo su una
piccola casa editrice che si occuperà di architettura.. e avevo pensato... -
Serena si interruppe un
attimo, aveva gli occhi lucidi, si morse le labbra prima di continuare.
-Avevo pensato che anche tu
potresti raggiungermi a settembre, ci servirebbe una persona che si occupi
della parte amministrativa, con conti e bilanci non abbiamo molta
dimestichezza. Mi prometti che ci penserai? –
Questa proposta, mi aveva
preso in contropiede, non sapevo cosa rispondere. Sarebbe stata un’esperienza
stravolgente, mi venne in mente qualche immagine di Barcellona, la Rambla la
Pedrera, Barceloneta col suo meraviglioso lungomare. Però avrei dovuto lasciare
tutto, la casa, il lavoro gli amici..
-Adesso non so che
risponderti, la tua proposta mi affascina, è molto esaltante. Dammi un po’ di
tempo per rifletterci su. –
-Lo so che non sarà una
scelta facile da prendere, qui lasceresti tante certezze, ti dovresti
allontanare dalla famiglia e dagli amici. Però.. –
- Però – la interruppe
Alessio – io un’occasione così non me la farei scappare, certo sentiresti la
nostalgia di me e Sergio.. – cominciò a ridacchiare.
“Sì, parla proprio lui che
varca il portone di casa una volta l’anno”.
-Alessio dette da te queste
cose non sono molto credibili. –
Ci mettemmo tutti e tre a
ridere.
-Che bella la Spagna! –
esclamò Alessio.
-Sì, finalmente una vita
nuova! Qui a Giugno non avrei avuto più nemmeno una casa, dovendola restituire
ai miei zii. E poi finalmente lasciare questa città che offre poco. –
-Già – continuò Alessio –
questa città così bella, ma così ostile per chi la abita. –
-Arrivando a ogni nuova
città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più di avere:
l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più ti aspetta al varco nei
luoghi estranei e non posseduti. Sapete chi lo disse? – chiesi.
-Italo Calvino. – rispose
Serena.
-Giusto. L’altra volta lo
hai citato tu, ora lo faccio io. Penso che non sia la città così ostile, ma sia
chi la abita a renderla difficile da viverci. Forse non è cambiando luogo che i
problemi, i ricordi, i dolori, gli sbagli scompaiono. Però Serena rifletterò
sulla tua proposta. – Le feci un sorriso. Ritornammo in silenzio, fingendo di
ascoltare i brani che passava la radio, ognuno assorto nei suoi pensieri,
immaginando ad occhi aperti una vita completamente diversa.
Giunti a casa salutammo in
portineria Alessio.
-Alessio lo trovo
interessante, simpatico devo dire anche che è un bel ragazzo. – eravamo in
ascensore quando Serena espresse questi giudizi sul mio amico. “E bravo
Alessio, hai fatto colpo”.
L’ascensore si fermò al
piano di Serena, mi prese per una mano e mi trascinò fuori, un paio di secondi
dopo l’ascensore fu richiamato al piano terra. La mia amica aprii la sua porta
di casa.
-Ne sei ancora innamorato
vero? – chiese a bruciapelo.
-Beh io ecco..-
Si aggiustò una ciocca di
capelli fissandosela dietro l’orecchio, ci avvicinammo fino a che i nostri
corpi non si sfiorarono, i miei occhi erano dentro i suoi, li vedevo brillare,
poi li chiuse in un istante e fu allora che ci baciammo. Dopo un attimo che
sembrava un’eternità, le accarezzai il viso, la baciai di nuovo, poi mi staccai
da lei e le sussurrai.
– Ci penserò Serena, ti
prometto che ci penserò..-
Mi abbracciò e poi mi
lasciò, regalandomi un altro sorriso.
Salii le scale, facendo i
gradini a tre a tre, era come se camminassi sopra un cuscinetto d’aria che mi
sorreggeva. Sul pianerottolo di casa trovai Alessio seduto sulle scale che
davano di fronte alla porta.
-Ale ma che ci fai? –
-Andrea, ho un problema. Ho
dimenticato le chiavi di casa, se suono a quest’ora a mia madre le prende un
infarto. Posso dormire da te? Se non è un problema. -
-Certo che si, accomodati pure.
–
Quella notte non riuscii a
chiudere occhio, pensavo e ripensavo al bacio con Serena, alla proposta che mi
aveva fatto, a ciò che avrei dovuto lasciare se mi fossi trasferito, a Sofia “Ne
sei ancora innamorato vero?” questa domanda mi perseguitava, “Si vede da
come la guardi” “ Ma come la guardo?” non me ne rendevo conto. Fantasticavo
su come poteva essere la mia nuova vita con Serena a Barcellona.
Erano le quattro e ancora
non prendevo sonno, quando sentii dei colpi provenienti dalla porta d’ingresso,
Alessio dormiva sul divano del salotto, dormiva così profondamente che non
aveva sentito il rumore. Mi alzai dal letto, l’aria era fredda, provai un
brivido quando posai i piedi nudi sul pavimento gelato. Mi diressi verso la
porta, accesi la luce del pianerottolo esterno, non vidi nulla, aprii la porta,
mi scorsi per vedere se c’era qualcuno o qualcosa. Appena avanzai di qualche
passo, si parò davanti a me un uomo completamente vestito di nero, con un lungo
impermeabile stretto in vita da una cinta, un passamontagna gli copriva il
viso, aveva anche dei guanti di pelle, accanto a lui c’era un bidoncino di
cinque litri pieno di un liquido. L’uomo mi spinse dentro casa, mi cinse il
collo con le sue mani, mi voleva soffocare, la stretta era talmente possente che
non riuscivo a respirare, mi schiacciò la schiena al muro, non riuscivo a
parlare, l’uomo stringeva sempre di più le mani sul mio collo, stavo per
perdere i sensi, dovevo reagire con tutta la mia forza, non so dove la trovai,
ma riuscii a divincolarmi dall’aggressore, e una volta libero dalla sua morsa
presi tutta l’aria che potevo e cominciai ad urlare, l’uomo a quel punto mi
tiro un pugno, che mi fece perdere i sensi, caddi di lato sbattendo la testa
sul pavimento. Mi sembrava di sentire Chimay abbaiare, questo fu l’ultimo
ricordo.
Quando rinvenni trovai
intorno a me Alessio, Serena, Sergio e la sua fidanzata Sabrina. Mi guardavano
preoccupato, mi toccai la testa, avevo un grosso bernoccolo sulla nuca, sentivo
come dei graffi nel collo.
-Ma cosa è successo? –
-Un uomo ti ha aggredito! Un
disastro. Stava per appiccare un incendio, ha lasciato il bidone pieno di
benzina. Fortunatamente mi sono svegliato e con Chimay ci siamo scagliati
contro di lui. Appena ci ha visti è scappato. –
-E voi che ci fate? – chiesi
rivolgendomi agli altri ragazzi.
-Poi non sapevo cosa fare,
avevo paura, così prima ho chiamato Serena, e poi ho chiamato anche Sergio. –
-Ma tu come ti senti? – mi
chiese Serena.
-Insomma.. tutto rotto.. –
-Dobbiamo portarti al
pronto soccorso. –
-No, non c’è bisogno, va
tutto bene. –
I ragazzi insistevano per
portarmi al pronto soccorso io invece mi opponevo. Alla fine la spuntai io. I
miei amici passarono la notte a casa mia, ci sistemammo tutti in salotto.
L’unica che non si addormentò fu Serena, mi stava accanto e mi accarezzava la
testa.
-Devi venire con me a
Barcellona, dobbiamo scappare da quest’incubo. – furono le ultime parole che
recepii prima di addormentarmi.
sabato 15 marzo 2014
PAROLA AL LETTORE: Il GIOCO DELL'ANGELO riflessioni di NeoArgo
"Sai qual'è il bello dei cuori infranti?
che possono rompersi davvero
soltanto una sola volta. Il resto sono
graffi."
Finendo di leggere il gioco dell’angelo ci si rende conto di esser stati protagonisti di una storia incredibile, che si dipana all'interno di una città gotica e cupa quale la Barcellona di Zafòn.
Attraverso un tratto più maturo l’autore, tenendoci per mano ci trasporta all’intero di questa storia, facendoci conoscere per la prima volta attraverso le pagine del libro il giovane David Martin scapestrato giornalista di un giornale locale, il quale sogno è quello di scrivere un libro ed essere così ricordato per sempre, occasione che tra l’altro avrà nel momento stesso che un misterioso editore straniero interessato e affascinato dallo suo stile “maledetto” , vorrà ingaggiarlo per commissionargli un’opera immensa e di grande morale.
Da questo punto in poi, la vita del nostro protagonista cambierà radicalmente, tra amori struggenti che non posso essere consumati, se no tra le pagine di ricordi sbiaditi e misteriosi omicidi che hanno le loro origini nei più bui anni venti della Barcellona che conta, prende il via quello che è considerato il prequel dell’ombra del vento.
NeoArgo
giovedì 13 marzo 2014
IL GIOCO DEL RAGNO CAPITOLO 23
23
“Ha dimenticato la sua
foto..”, quell’uomo era glaciale, “è una carogna..
“però rispetto a De Felice, non mi ha mentito, è stato
sincero, ha ammesso senza esitazione di riconoscere gli uomini nella foto.”
Queste erano le
considerazioni che stavo sviluppando il giorno dopo, seduto al mio posto di
lavoro. La sera prima avevo raccontato tutti i particolari dell’incontro a
Serena. Lei era certa di una cosa, Lo Vecchio non lo convinceva. Lo trovava
sfuggente, troppo indifferente alla vicenda.
“Quest’uomo forse vuole
apparire diverso da quello che in realtà è.”
La mia sensazione era
quella che il professore indossasse una maschera.
“E’ abituato a portarla, si
vede da come si comporta con i suoi allievi”.
Il fatto che potesse
esistere un uomo talmente cinico e distaccato da tutto ciò che non era lui
stesso, per me era inconcepibile.
“Quelle sue caramelle..
erano ottime, mi hanno sistemato la gola.. le devo comprare.”
Non facevo che pensare
all’incontro con Lo Vecchio, rivivevo ogni particolare. Il turno stava quasi
per finire, tra un’ora avremmo chiuso.
“Basta pensare a questo
tizio.. è che è la routine a fregare..”
I miei pensieri
continuavano a seguire la loro strada, indifferenti a ciò che accadeva intorno.
Si interruppero quando sentii vibrare nella tasca del pantalone il cellulare.
Era un messaggio inviato da Sofia.
Domani sera andiamo a
mangiare un panino a Sferracavallo, pare ci sia una fiera di fine inverno! Non
mancare!
Provai due sensazioni dopo
che lessi l’sms, la prima di stupore, la seconda di contentezza. Ripensai al
testo di una canzone di Tenco che diceva: ho capito che ti amo quando ho visto
che bastava una tua frase per far sì che una serata come un’altra cominciasse
per incanto ad illuminarsi.
“Ma non diciamo
sciocchezze.. per me Sofia è solo un’amica.”
Il mio trainer di auto
convincimento che la natura del sentimento fosse di amicizia, si interruppe
quando la voce di un uomo mi chiese di effettuare dei pagamenti. Come di
incanto i pensieri svanirono.
-Sì, mi scusi, la servo
subito. –
Alzai lo sguardo, e
riconobbi la persona che avevo di fronte a me allo sportello. Era il professor
Nicolò, come ogni mese si presentava con un bel mazzo di bollette da pagare.
-Professore come sta? Mi
scusi ero sovrappensiero! –
-Beata gioventù che ha il
tempo di perdersi nei propri pensieri! – disse sorridendo.
Effettuati i pagamenti, gli
feci segno di accostarsi di più a me.
-Professore, posso
chiederle un favore? Si tratta di una curiosità. –
-Certo, mi dica pure. –
-Ecco guardi, si tratta di
una frase in latino. Se cortesemente me ne può spiegare il significato. –
Porsi al professore il
foglietto che aveva trovato Serena accanto al corpo dell’ingegnere Tommasini. Inforcò
gli occhiali da lettura, si mise in disparte, mi chiese qualche minuto per
poter esprimere un parere. Mentre, il professore pensava entrò nell’ufficio
postale Serena.
Aveva un sorriso raggiante,
si avvicinò a me senza esitazioni e mi diede un sonoro bacio sulla guancia.
-Andrea devo darti due
notizie meravigliose! –
Non l’avevo mai vista così
felice.
-La prima è che oggi ho
dato l’ultimo esame. È andato benissimo. –
-Brava, ma che bella
notizia! Non mi avevi detto niente che avevi l’esame oggi. –
-Scaramanzia, ma ora posso
finalmente dirlo: ho finito! E tu sei stato il prima a
saperlo! –
-Serena dobbiamo
festeggiare, dove vuoi andare? –
-Andrea, ora sono in uno
stato pietoso per uscire, vieni invece a cenare a casa mia e magari dopo ci
vediamo un dvd di un film che ho comprato qualche giorno fa. Domani invece se
tu sei disponibile usciamo! –
-Perfetto, appena termino
il turno vado in rosticceria e compro della pizza a taglio e poi ci vediamo il
film. Per domani sera ho ricevuto un invito per andare a Sferracavallo, a
quanto pare c’è una festa, non sarà come quella di San Cosmo e Damiano che si
tiene a Settembre, ma se ti va ci potremmo andare insieme, altrimenti possiamo
fare altro. –
Serena sorrise piena di
entusiasmo, le sembrò un’ottima idea, mi raccontò dell’esame, poi passò a
descrivermi sommariamente la trama del film che avremmo visto la sera. Era
carica di adrenalina post esame.
-Scusate se vi interrompo
ragazzi. – intervenne il professor Niccolò – ho analizzato la frase. –
-Scusi professore, vorrei
spiegare a Serena che le ho dato la frase in latino trovata in un foglio di
carta lasciato su un banco della sua facoltà.- le strizzai l’occhio, Serena
capì al volo.
-Oh sì, professore, grazie,
la mia era solo curiosità e Andrea ha pensato che lei avrebbe potuto decifrare
il testo. –
-Ma si figuri, piuttosto
spero di esserle d’aiuto. La frase non ha un gran significato, il testo dice: in
girum imus nocte, ecce et consumimur igni, ora sebbene non insegni latino,
e non ricordo bene le sue regole grammaticali, in girum non mi sembra sia una
parola latina, questa frase in italiano suona come: in giro andiamo di
notte, ecco si consuma con il fuoco. La frase di per se ha poco
significato, almeno senza il contesto. La cosa particolare invece è che questa
frase è.. aspetti provi a leggerla da destra verso
sinistra.. –
Feci come mi disse il
professore, e con mio grande stupore leggendola da destra verso sinistra era
sempre la stessa frase.
-Ma se la leggo al
contrario è la stessa cosa! – esclamai.
Il professore ridacchiò compiaciuto
– Si esattamente, si tratta di un palindromo, è una frase che letta al rovescio
rimane identica. –
Serena prese il foglio la
lesse al contrario, poi mi guardò con aria sorpresa.
-Ragazzi per ora frasi come
queste vanno di moda. Con quello che sta succedendo, con tutti questi misteri a
scuola mia gli studenti sono in fibrillazione. Vogliono sapere di massoneria,
di riti esoterici, dei Beati Paoli, ogni giorno spunta una nuova setta. Molti
si divertono a crearseli i misteri.- ridacchiò – Se volete posso chiedere un
parere a mia moglie, lei insegna latino.. –
-Professore lei ha fatto
tanto non c’è bisogno di altro, anzi la ringrazio per il tempo che ci ha
concesso. –
Il professore sistemò gli
occhiali nel taschino della giacca, mise in borsa le ricevute dei pagamenti e
ci salutò calorosamente.
-Hai capito? È un
palindromo. – dissi rivolgendomi a Serena.
-Sì, e penso che siamo di
fronte ad un pazzo che si sta divertendo a terrorizzare la città. –
-Ormai ne siamo fuori
Serena. – “Almeno spero” – pensiamo al film. –
La mia amica non ne era del
tutto convinta, dalla faccia che assunse. La felicità era scomparsa dal suo
viso.
-Allora vado a casa, appena
finisci vieni direttamente da me. –
Si stava dirigendo verso
l’uscita con passo sicuro e spedito, aveva un bel portamento.
“ E’ una bellissima
ragazza” .
-Serena aspetta – si girò
“E’ ancora più bella”, mi guardò con aria interrogativa.
– Mi dovevi dare la seconda
notizia. –
-Ah sì, ma dovrai aspettare
a domani sera! –
Mi strizzò l’occhio e
uscì.
La festa di San Cosmo e
Damiano era proprio cominciata. Sarebbe durata giorno e notte. Sarebbero
continuate le danze, sarebbe continuato il bere, non sarebbe cessato il rumore.
Alla fine tutto divenne irreale e sembrava che niente potesse avere conseguenze.
Per tutta la durata della festa, avevo la sensazione che dovevo urlare per
farmi sentire. Era la stessa sensazione che si provava durante un
combattimento. La calca era tale che un cameriere, tenendo la bottiglia sopra
la testa, faticava a raggiungere il tavolo dove eravamo seduti io e Serena. La
gente affluiva da tutte le parti, e dal fondo della strada udimmo avvicinarsi i
tamburi. I tamburi con suoni sordi e sopra di loro i Santi che ballavano. Nella
folla si vedevano i portatori della vara, che rappresentavano i pescatori, che
andavano su e giù, il tutto illuminato da un immenso riflettore formato dalle
luci di tutti i balconi di Sferracavallo. La strada era una massa compatta di
danzatori, tutti uomini. Ballavano a tempo dietro altri pifferai e tamburini,
indossavano abiti bianchi con fazzoletti rossi al collo. Nella mia testa
risuonava il grido viva San Cosmo e Damiano! Viva!
Avevo paura di perdermi
e di lasciami trasportare via dalla marea di gente, mi voltavo sempre verso
Serena, era il mio punto di riferimento.
Tra la gente festante
noto il professore Lo Vecchio, felice, ha lo sguardo rapito dall’immagine dei
Santi. Dietro di lui un’ombra nera avanza, socchiudo gli occhi li sforzo per
cercare di vedere chi si cela sotto quel cappuccio nero. Dalla manica della sua
tunica spunta qualcosa di lucente, è la lama di un pugnale, il cui riflesso mi
abbaglia. L’uomo sferra una pugnalata alle spalle del professore. Io urlo, urlo
con quanto fiato ho in corpo, ma nessuno mi sente, nemmeno io riesco a udire la
mia voce. Il rumore della festa sovrasta ogni cosa. Cerco di precipitarmi verso
il professore. Ci metto una vita per arrivare da lui. Lui non c’è più, e
nemmeno quella figura nera. Guardo per terra, vedo una gran pozza di sangue..
ha ucciso l’ingegnere! Cerco con lo sguardo Serena, non è più al suo posto, il
tavolino dove era seduta è libero. Mi allontano da questa massa di gente. Sono
da solo, la festa è davanti a me. Ora sento. È Serena. La voce proviene da una
stradina alla mia destra, corro, devo raggiungerla. Li vedo, vedo Serena spalle
al muro, davanti a lei l’uomo incappucciato. Perde sangue, l’uomo la sta
accoltellando all’altezza dello stomaco più e più volte. Mi sente arrivare,
scappa, mi butto su Serena. Urlo, urlo, non le esce che un ultimo sospiro, sono
pieno del suo sangue, me lo sento addosso, me lo sento ovunque. Mi è morta tra
le braccia.
Mi svegliai di botto, mi misi seduto sul
letto, aprii gli occhi “è solo un sogno”. Lanciai un’occhiata ai piedi del
letto, dove sapevo di trovarvi Chimay, che infatti stava dormendo lì. Avevo le
spalle sudate, c’era caldo, scostai il piumone. Afferrai la sveglia sul
comodino, erano le quattro. Si trattava solamente di un incubo questa volta. Mi
rasserenai, mi distesi sul letto, mi abbracciai al cuscino e ripresi sonno.
sabato 8 marzo 2014
PAROLA AL LETTORE: L'OMBRA DEL VENTO recensione di NeoArgo
"Aveva, come altre persone, l'abitudine di
sorridere esageratamente quando voleva
trattenere il pianto."
Ho finito l’ombra del vento, un romanzo che per certi versi potrei definire con la parola ineluttabile. Perché tutto quello che è iniziato per gioco e divenuto con lo scorrere delle pagine qualcosa di più complesso e pericoloso di qualsiasi altra cosa.
Con lo scorrere degli anni e delle pagine, l’autore tenendoci quasi per mano ci fa addentrare in una Barcellona gotica e quasi surreale, dove prende il via la storia di un libro maledetto dimenticato dentro il cimitero dei libri dimenticati, dove tutto tace e l’unica voce è quella delle pagine di quei libri dimenticati della polvere che li ricopre.
Almeno fino al giorno in cui un bambino di undici anni lo ritrova quasi per caso o per fato scopre il mistero che vi è dietro, dando il via a una storia ricca di intrighi e di amori perduti nel tempo e poi ritrovati attraverso il ricordo, che strugge il lettore fino al finale elettrizzante e pieno di emozioni, regalandoci così una pietra miliare del nuovo millennio.
NeoArgo
giovedì 6 marzo 2014
IL GIOCO DEL RAGNO CAPITOLO 22
22
Alle dieci del mattino mi
trovavo all’entrata del dipartimento di meccanica della facoltà di ingegneria.
Il bidello era dentro il gabbiotto, aveva uno sguardo spento e sonnolento,
fisso alla parete di fronte.
-Mi scusi, cerco il
professore Lo Vecchio. –
Il bidello si destò dal suo
torpore, sbadigliò e disse –Secondo piano, si sbrighi perché sta facendo esami.
–
Salii al secondo piano, ero
già stato lì, ricordavo quel pomeriggio con Serena quando Lo Vecchio non ci
potette ricevere, lì c’era infatti lo studio del professore, stavolta la porta
era chiusa. Era invece aperta la porta di un'altra stanza, e attorno ad essa
vidi una grande concentrazione di ragazzi. Alcuni stanziavano davanti l’ingresso,
altri chiacchieravano fuori, altri ancora ripassavano sfogliando quadernoni
pieni di appunti, c’era anche chi passeggiava avanti e indietro per smaltire la
tensione.
Mi feci largo ed entrai, la
stanza era molto grande, più di quanto mi aspettavo. C’era una grande finestra
da cui entrava la luce che irradiava l’ambiente, due grandi librerie in ferro a
giorno, un grande tavolo in legno al centro e accanto a questo una lavagna.
Seduti ai due capi del tavolo c’erano l’ingegnere Lo Vecchio e il suo assistente
Uva. L’ingegner Uva era intento a correggere un esercizio, aveva accanto un
ragazzo che probabilmente lo aveva appena svolto. Dall’altra parte vicino alla
lavagna si trovava il professore.
Aveva uno sguardo da
rapace, immobile con la pipa spenta in bocca, sembrava un busto di marmo, con
gli occhi grigi fissi sullo studente che in piedi col gesso in mano attendeva
le domande.
Notai che l’attenzione
degli studenti era rivolta tutta sul professore, c’era un silenzio e una
tensione che si tagliava col coltello.
-Senta – il professore
pronunciò questa parola in modo quasi faticoso, come se sapesse già come
sarebbe finito l’esame, con una pausa che sembrò durare un’eternità – mi parli
del diametro economico di una tubatura e dello spessore economico del coibente.
–
Tutti si appuntarono le
domande sul quaderno. Il ragazzo cominciò a scrivere delle formule nella
lavagna.
L’ingegner Uva nel
frattempo continuava l’esame all’altro ragazzo. Uno studente accanto a me aveva
finito di prendere appunti e tamburellava con la penna sul quaderno.
-Scusa, come sono andati
gli esami fin’ora? – gli chiesi.
-Male, su otto ha promosso
solo il primo. –
Ripensavo a com’ era stato
apostrofato il professore dal figlio dell’amica della vedova di Vincenzo Leone
“è una carogna”.
-Ma non sta’ esaminando
anche l’ingegner Uva? –
-Sì, ma lui fa svolgere
solo la prova scritta, poi suggerisce un voto che riguarda solamente lo scritto
al professore. Se il professore ritiene almeno sufficiente lo scritto gli fa
sostenere la prova orale, ed è lui ad esaminarlo. –
Uva aveva finito di
esaminare il suo studente, ora era intento a seguire l’interrogazione del
professore. Il ragazzo alla lavagna stava annaspando, Lo Vecchio era
visibilmente spazientito.
-Senta, vediamo se sa
meglio quest’altro argomento. Vede cosa c’è disegnato nella parte sinistra
della lavagna? E’ lo schema di un circuito ad anello, bene mi calcoli la
perdita di potenziale nel punto indicato con la lettera A. –
Il tempo sembrava non
passare mai, il ragazzo cominciava a sudare, cercava di argomentare tesi che
però trovavano solo la bocciatura da parte di Lo Vecchio.
-Senta.. –
Il ragazzo accanto a me, mi
tirò leggermente il giubbotto per attirare la mia attenzione.
-Il terzo senta è
sentenza, guarda. – ridacchiò.
-.. forse è meglio che vada
a studiarsela meglio. Va bene? –
Domanda retorica.
-Visto, anche lui bocciato.
Oggi non è giornata, pensa che io sono il penultimo ad essere interrogato,
speriamo che non sia oggi. –
Il professore si rivolse ad
Uva.
-Allora, Paolo come è
andato questo ragazzo? Che scritto ha fatto? –
L’ingegnere scosse la testa
–Professore, possiamo arrivare a stento a quindici. – sentenziò.
Il professore si rivolse
direttamente allo studente. – Se vuole, l’orale lo può sostenere. Ma guardi,
visto lo scritto le consiglio di andare a studiare la materia. Allora cosa
vuole fare?-
Lo studente disse che
voleva sostenere lo stesso l’orale, il professore si irritò. Gli chiese la rete
ad anello, al primo errore lo mandò.
Mandato anche questo
studente Lo Vecchio si alzò e rivolto alla platea di ragazzi che dovevano
essere esaminati disse:
-Bene, ora facciamo una
pausa, il tempo di un caffè e riprenderemo con gli esami. Oggi devo terminare
l’appello, quindi continueremo di pomeriggio. –
La cosa fece mugugnare i
ragazzi. Una studentessa chiese se poteva interrogare il giorno dopo o la
settimana successiva. Il professore fu categorico, doveva finire entro quel
giorno.
Appena uscii dalla stanza
mi avvicinai a Lo Vecchio.
-Professore mi scusi. –
-Cosa vuole? – disse senza
rivolgermi uno sguardo.
-Dovrei parlarle. –
-Se si tratta dell’esame,
come ho appena detto, non posso spostarlo. –
-No, dovrei parlarle di
un’altra questione. –
-Senta, passi alle due al
mio studio. -
Alle due meno dieci ero già
davanti la stanza del professore, la porta era aperta. Lo trovai intento a
scrivere al computer. Bussai, senza distogliere lo sguardo dal monitor, mi fece
segno di entrare. Lo studio era ricco di oggetti, sulla parete dietro la
scrivania erano appese diverse foto, che avevano come soggetto principale il
professore, spiccava anche una grande riproduzione del celebre quadro di Klimt
il bacio. Dopo circa un minuto il professore, si girò verso di me.
-Ah è lei! – esclamò,
girandosi nuovamente verso il monitor.
-Professore, scusi se la
disturbo.. ecco sono venuto per.. – la voce mi tremava, quell’uomo mi metteva
soggezione e poi avevo paura che mi prendesse per pazzo - .. le vorrei fare
vedere una foto. –
-Una foto? – finalmente
riuscii a catturare completamente la sua attenzione.
-Si segga prego, di che
foto parla?-
Non sapevo da dove
iniziare, il professore dimostrava dieci anni in meno rispetto a De Felice e
Tommasini, aveva un aspetto molto più curato, un fisico asciutto, si vedeva che
praticava sport e poi due occhi grigi magnetici che ti catturavano.
-Guardi, sono venuto in
possesso casualmente di una foto, dove sono raffigurati quattro giovani, è
presente anche una sorta di didascalia nella quale sono indicati i nomi di
questi quattro ragazzi. La foto è in bianco e nero, e sarà stata scattata un
quarantina di anni fa. Penso che uno di questi uomini presenti nell’immagine
sia lei, quanto meno c’è il suo cognome. Ma la cosa curiosa, ed anche macabra,
è che.. le altre tre persone sono, e lo dico con certezza, l’ingegnere Leone,
il professor De Felice e l’ingegner Tommasini.. che come saprà sono tutti e tre
vittime di quei misteriosi omicidi che stanno gettando la città nel panico. –
Il professore rimase
impassibile al mio racconto, non mi tolse nemmeno per un secondo lo sguardo.
-Lei ha con sé la foto? Può
mostrarmela? –
Gliela porsi, la analizzò
con quei suoi occhi che sembravano uno scanner, non disse nulla per qualche
minuto, poi la posò sopra la carpetta che aveva sulla scrivania, prese la sua
pipa spenta che riposava dentro un portacenere vuoto, la mise in bocca, poi se
la allontanò dalle labbra.
-Perché è venuto da me con
questa foto? –
-Perché, anche se penso che
tutto questo sia solo una coincidenza e che mi sono fatto congetture sbagliate.
Qualche dubbio dopo la morte di Tommasini mi è venuto. E mi sentivo in dovere
di avvertirla. Sta a lei adesso decidere come comportarsi. –
Lo Vecchio tirò fuori da un
cassetto uno stick aperto di caramelle per la tosse. Me ne offrì una –Stia
attento che sono forti, non amo le caramelle o i dolci, ma di queste non posso
farne a meno. –
Ne presi una, che scartai e
misi subito in bocca, sapevano di menta balsamica molto forte, tossii un poco.
L’ingegnere sorrise, poi si fece di nuovo serio.
-Si sono io quello in foto,
e riconosco anche gli altri. Con Leone sono rimasto
amico praticamente fino
alla morte. Gli altri non li ricordo, eravamo giovani, dovrebbe risalire a più
di quaranta anni fa. Ci trovavamo al dopo lavoro ferroviario. Iniziai a
lavorare alle ferrovie, poi mi dedicai all’insegnamento. No gli altri non mi
vengono in mente. In ogni modo penso che sia solo una casualità. –
-Ma non si è chiesto perché
l’ingegnere Leone sia morto in quella maniera? Non si è chiesto se gli altri
omicidi siano collegati a quello del suo amico? –
-Certo che mi sono posto queste
domande. Ma il fatto è che mi sono anche dato una risposta. Una risposta
diversa da quelle che ipotizzano i media o i palermitani. Vuole sapere qual
è? Sarà morto perché incappato in
qualche situazione poco limpida. E non mi riferisco certo, a sette, riti,
ordini oscuri o sciocchezze di questo genere. Ma in cose che accendono meno le
fantasie, ben più banali. Come, donne, gioco o debiti. Non penso nemmeno alla
criminalità organizzata, Vincenzo non era proprio il tipo. –
-E gli altri omicidi? E la
strana coincidenza che tutti e tre i morti siano raffigurati in questa foto? –
-Senta – era un senta tra
lo stanco e lo scocciato, quello che generalmente usava prima di mandare un suo
studente – mi creda sono tutte stupidaggini, non nego che il dubbio che siano
in qualche maniera collegati non mi sia venuto, però il motivo sarà molto
banale. La gente però si esalta anche di fronte al male, anzi forse si esalta
maggiormente davanti al male che al bene. Li vede? Sono tutti frenetici, si
parla solamente di questi delitti e si seguono le piste più disparate. Più
oscure sono, più le persone le credono plausibili, il mondo è assetato di
irrazionalità. –
Riposò la pipa nel
posacenere, guardò l’orologio che aveva al polso, erano già le due e mezza. Si
sentivano i ragazzi parlottare nel corridoio in attesa della ripresa degli
esami.
-A momenti dovrebbe
arrivare l’ingegner Uva. Sente? Ecco chi mi vorrebbe fare fuori.. i miei
allievi. – disse ridendo.
-Comunque, la ringrazio del
suo scrupolo. In fondo tutto è possibile. È stato cortese, signor? –
-Restivo, Andrea Restivo. –
mi alzai, gli strinsi la mano, feci per andare, quando mi fermò .
– Signor Restivo aspetti..
ha dimenticato la sua foto. –
Non riuscivo a capire come
quell’uomo potesse rimanere così calmo e indifferente alla morte del suo amico
e dei suoi ex colleghi, tanto da avere un totale distacco dai fatti che erano
accaduti.
Nel corridoio una ragazza
mi fermò e mi chiese di che umore fosse il professore.
– Ottimo. – risposi.
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