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giovedì 5 giugno 2014

IL GIOCO DEL RAGNO EPILOGO

 








                                    EPILOGO
  
 Livia atterrò all’aeroporto El Prat di Barcellona alle dieci e mezza del mattino, in dieci minuti per mezzo di un autobus si ritrovò a Plaza Catalunya, nel cuore della città. Si accorse di avere ancora un po’ di tempo prima dell’appuntamento, decise di sfruttarlo facendo una passeggiata per la Rambla. Conosceva la città, l’aveva visitata tanti anni prima in una gita d’istruzione, l’ultimo anno del liceo. Era stato il suo primo viaggio senza la famiglia, e risultava uno fra i ricordi più divertenti della sua carriera scolastica. Man mano che andava indietro con i ricordi, le venivano in mente tanti episodi buffi che le erano capitati durante il viaggio, si ricordava anche dell’ostello che li aveva accolti, situato esattamente a metà Rambla davanti il teatro Liceu. Constatò che era cambiato poco dall’ultima volta, la via più famosa d’Europa era identica a come l’aveva lasciata, ora si poteva notare la massiccia presenza di diverse catene di fastfood americani, la quasi scomparsa di commercianti spagnoli dai negozietti sostituiti da persone orientali, indiani, cinesi, ma ormai in questo tutto il mondo è paese, pensò. Per il resto era tutto uguale, i grandi alberi, i venditori di fiori e di uccelli, la stessa vivacità dovuta al via vai di persone, dei turisti e dei tavolini dei caffè pieni di gente intenta a consumare la prima colazione.
Si avvicinò ad un banchetto di un fioraio, attratta dai colori primaverili dei fiori esposti, comprò un mazzolino di fresie dai colori bianco e ocra, dopo l’acquisto proseguì la passeggiata, voleva arrivare alla statua di Colombo e dare un’occhiata al mare. Fece un’altra deviazione quando si ritrovò alla sua destra l’ingresso della Boqueria. Anche lì non era cambiato nulla, provò anche le stesse sensazioni di quando vi entrò tanti anni prima.
Percorsa tutta la Rambla superò il monumento a Colombo, questo era il tratto che amava di più.. La Rambla che si va via progressivamente aprendo verso il mare sfociando nella placa del Portal de la Pa. Con soddisfazione per l’itinerario appena concluso, guardò l’orologio, era passata un’ora da quando era scesa dall’autobus in placa Catalunya, si rendeva conto che per la prima volta dopo quasi più di un mese si era ritagliata un po’ di tempo per se, aveva osservato gente fiori e cose senza cadere nel vortice di tristezza a cui era ormai soggetta.
Era ora di cercare l’indirizzo che le era stato dato, si doveva recare a Gracia. Un quartiere di Barcellona che aveva una storia a se rispetto la città. Si trovava in una delle parti più alte della città, durante il franchismo era stato l’epicentro della rivolta anarchica e ne conservava tutt’ora con le sue viuzze strette la sua anima estremamente bohemien. Scese in Placa Juan Carlos I, percorse Placa Salvador Espriu fino ad immettersi, superata Casa Fustre, splendido esempio di Modernismo Catalano, nel Paseo de Gracia.
Il quartiere era un labirinto costituito da palazzine basse e antiche dall’aspetto squadrato e da piazzette tutte molto simili tra loro. Le stradine erano deserte, l’ora era quella di pranzo, i negozietti tutti chiusi. Si sentiva proveniente da chissà quale locale la canzone Clandestino di Manu Chao. Si rese conto subito di essersi persa.
Mentre cercava di capire dove si trovasse su una mappa comprata sulla Rambla, vide scendere un giovane, con maglietta rossa e pantaloni larghi neri, portava una barba nera molto curata e una montatura d’occhiali piuttosto pesante di colore nero.
-Lo siento, una pregunta. – Rischiò Livia al giovane.
-Sì. Me dica – rispose questi, fermandosi.
-Vorrei sapere dove si trova Carrer del Cigne? – chiese in italiano.
-Hummm, Carrer del Cigne? Si, mira siempre  por delante, despues de la tercera a la izquerda. –
-Sempre dritto, dopo la terza traversa a sinistra. – ripetè traducendo Livia.
-Sì, despues la terza a sinistra. – confermò il giovane.
Le indicazioni del ragazzo erano esatte, si trovò a Carrer del Cigne. Ora le rimaneva da cercare il civico ventitre. Scorse però un ragazzino intento a citofonare davanti ad un portone di uno di quei palazzi. Lo riconobbe, era Domenico.
-Domenico! Ciao! Sono Livia!- esclamò la donna.
Il ragazzino si girò di scatto e appena la vide le fece un sorriso a trentadue denti.
-Livia ciao! Che bella sorpresa! –
  Dopo un lungo abbraccio, i due ragazzi salirono a casa. Entrando nell’appartamento, Livia si ritrovò in un atmosfera calda e vivace dovuta dai mobili etnici e dalla struttura accogliente della casa, piccola ma ben articolata. Nell’ingresso spiccava sopra un mobiletto una rosa bianca sistemata dentro un vasetto di vetro.
-Domenico è pronto, ora porto a tavola la pasta! –
Era la voce di Serena, intenta in cucina ad ultimare la preparazione del pranzo.
Livia sentita la voce di Serena cominciò a tremare, iniziava a ricordare il periodo più brutto della sua vita.
Domenico le fece strada in quella che doveva essere la stanza principale della casa, un soggiorno che funzionava da sala da pranzo salottino, che dava su una piccola terrazza.
-Eccoti qua, ce ne hai messo tempo a comprare il
pane! –
Disse Serena rivolgendosi al fratello, entrando nella stanza con una zuppiera fumante contenente della pasta. La donna appena vide Livia si bloccò, rimase in piedi senza posare la zuppiera sul tavolo.
L’ultima volta che le due ragazze si erano viste fu per il funerale di Andrea  Restivo. Livia la fissava senza dire una parola, le tornavano in mente le immagini di quella mattina di Marzo, quando davanti alla bara del fratello non riusciva a farsi uscire una lacrima, come se il dolore le avesse prosciugato ogni goccia salata dai suoi occhi. Era rimasta per tutta la funzione come una statua di ghiaccio, ricordava le lacrime della madre, quelle, in modo invano, trattenute del padre, e il pianto di Serena, quella ragazza che sarebbe potuta diventare sua cognata, la donna che stava facendo rinascere suo fratello. Andrea le voleva bene, sapeva che sarebbe stata la donna della sua vita. Durante le vacanze di Natale le aveva parlato tanto di lei, era a conoscenza anche del loro progetto di trasferirsi in Spagna.
Per Serena, vedere il viso di Livia era come se si trovasse davanti una mappa nella quale era tracciato un percorso di dolore e sofferenza che partiva dal giorno della morte del fratello fino ad oggi. Era molto sciupata, pallida e parecchio dimagrita. Quel maledetto giorno le aveva fatto impressione quella ragazza immobile per tutto il tempo, sempre accanto alla madre. Si vedeva che il dolore la stava divorando dall’interno, lei la mitica Livia, la sorella che per Andrea era quasi un mito, la ragazza che aveva girato il mondo, la donna forte che aveva lasciato la casa dei genitori appena maggiorenne, adesso appariva totalmente travolta dal dolore.
-Serena, ciao, scusa la sorpresa, dovevo venire una settimana fa, ma.. non me la sono sentita. –
-Ma che dici! Non sai quanto mi fa piacere vederti! –
-Grazie, anche per me rivedere te e Domenico. Tieni ho portato questi fiori per la casa. –
Serena la ringraziò per le fresie, i tre ragazzi pranzarono insieme, fu l’occasione per raccontarsi le ultime novità. Livia si informò di come si stavano trovando a Barcellona, e come andava il lavoro.
Consumato il pasto ancora non si era toccato il tasto Andrea.
-Serena – fu Livia a prendere il discorso – sono venuta anche per consegnarti una cosa. –
  Serena, sapeva di cosa stava parlando Livia, il nome di Andrea era finora rimasto nell’aria pronto a piombare su di loro da un momento all’altro.
-Il giorno prima del ritrovamento del corpo di mio fratello, ricevetti due buste, le aveva spedite due giorni prima Andrea. Una era per me e la mia famiglia l’altra per te. Nella nostra busta abbiamo trovato una lettera scritta di suo pugno. Una lettera commovente, una lettera di addio. Capisci era come se sapesse che avrebbe fatto quella.. -  le parole cominciavano a rimanere strozzate in bocca - ..quella fine. –
-Le indagini non hanno portato a nessuna novità, vero? – chiese Serena.
-No l’ unica cosa che hanno scoperto è che le quattro vittime Lo Vecchio, Tommasini, Leone e De Felice, erano stati compagni di scuola. Ma perché mio fratello è stato trovato ammazzato accanto al corpo di Lo Vecchio e di padre Tusa, non sono riusciti a capirlo. Alcuni giornalisti hanno legato la morte di Andrea alla chiesa andata a fuoco e alle misteriose morti dei quattro ingegneri. La cosa che mi ferisce è che c’è chi crede che sia stato lui la mente di quei crimini. La lettera che abbiamo ricevuto non basta a far comprendere che mio fratello è estraneo a questo orrore. –
-Andrea aveva capito il legame di tutte queste morti. Se solo fossi rimasta a Palermo.. – Le lacrime cominciarono a bagnare il viso di Serena.
Livia tirò fuori dalla borsetta una busta bianca e la porse alla ragazza.
-Questa invece è tua. -    
Il peso di quella busta appariva a Serena centuplicato, dentro ci potevano essere quelle risposte e spiegazioni che non l’avevano fatta dormire per un mese. Forse avrebbe trovato un po’ di pace, ma poteva contenere anche altro, qualcosa di inaspettato che l’avrebbe definitivamente distrutta. Ma si fidava di Andrea, lei sapeva in cuor suo com’erano andate le cose, voleva solamente la conferma, trovare quel filo logico che mancava. Le venne in mente l’immagine del ritrovamento del corpo del suo amico, disteso in una pozza di sangue, dovuto ad un botta che aveva preso in testa, causata da una botta presa su un masso. Eccolo lì pallido, con gli occhi aperti puntati al cielo, nascosto in quel boschetto a Monte Pellegrino, accanto al cadavere dell’ingegnere Lo Vecchio, accoltellato, e questo era certo da Andrea. E poco più in la don Tusa, sepolto e coperto da un tumulo di fogliame e rami di pino. Quante volte aveva cercato di darsi una spiegazione su quello che era potuto accadere quel giorno. Probabilmente Lo Vecchio era implicato negli omicidi, e Andrea si è ritrovato da solo con l’assassino. Forse il prete è stata una vittima innocente, rimasto coinvolto perché ha saputo per caso qualcosa. No, non poteva essere andata così, c’era altro. Questa storia non era finita, non sarebbe finita mai.. aveva voglia di piangere, di urlare, si era illusa di aver trovato la pace allontanandosi da Palermo, e invece ora aveva paura.
Osservò con attenzione la busta, era una busta come altre, riconobbe nell’intestazione la  calligrafia di Andrea. Era indirizzata alla sorella, ma in alto sulla destra c’era scritto tra parentesi e in piccolo per Serena Landisi.
-L’indirizzo è di Verona, dove abito. Ma non mi trovavo in quel periodo a casa mia, poi ho saputo della morte e.. mi sono fermata a Palermo con i miei genitori. Una settimana fa, tornata a Verona ho trovato queste due buste nella buca della posta. Mi dispiace non avertela potuta dare prima. –
-Non preoccuparti Livia, anzi ti ringrazio per avermela portata tu. –
Domenico osservava la busta nelle mani della sorella, la curiosità per scoprire
cosa contenesse cresceva ogni minuto, Serena sembrava avesse paura di aprirla come se aprendola scoperchiasse il vaso di Pandora. Sulla casa calò un silenzio che fu la stessa Serena a rompere.
-Venite, seguitemi, non è qui che voglio aprirla. –
Senza ribattere Livia e Domenico, seguirono Serena. I tre ragazzi, abbandonarono la casa e si incamminarono per le strade di Barcellona. Il passo di Serena era svelto e sicuro, nessuno si permise di chiederle dove si stesse dirigendo. 
La strada si faceva sempre più in salita, e man mano che aumentava la pendenza si incontravano sempre più turisti. Livia capì dov’erano, i ricordi di quella gita scolastica riaffioravano nuovamente, ricordava la zona, quella salita che aumentava sempre di più, stavano andando al Parc Guell. Serena si fece largo tra i capannelli di turisti che stanziavano davanti il cancello del parco e senza voltarsi per vedere se anche gli altri fossero entrati, proseguì dritto, fece tutta la scalinata e si diresse verso la terrazza. Livia e Domenico rimasero indietro, la ragazza fu colpita dalla bellezza della scalinata del parco con quella meravigliosa salamandra che da un secolo accoglieva gli abitanti della città e i turisti da tutto il mondo. Vide poi Serena che saliva un’altra rampa di scale che portava alla terrazza, il punto più alto del parco. Attraversò la foresta di colonne. Quel colonnato così fitto l’aveva incantata la prima volta che l’aveva visto e la stupiva tutt’ora, per lei Gaudì era un genio. In più in mezzo a quel colonnato si stava esibendo un violinista, eseguiva La musica notturna delle strade di Madrid di Boccherini. Attraversarono questa foresta di pietra incantata, salirono la scala e si trovarono nella grande terrazza che dominava Barcellona.
Serena stava seduta con le mani poggiate su uno schienale che faceva da bordo alla terrazza. Livia e Domenico la raggiunsero, quando si trovarono tutti e tre vicini, Serena con le lacrime agli occhi aprì la busta, dentro vi trovò una lettera e una piccola scheda di memoria di un cellulare.
Osservò stupita quella scheda di memoria, poi la mise nella tasca del pantalone e cominciò a leggere la lettera.
  Cara Serena,
spero tanto che non leggerai questa lettera, che la stracciamo insieme senza nemmeno aprirla davanti ad un piatto di paella surgelata seduti ad uno dei tanti ristoranti vicino la Rambla. Se non dovesse andare così, in queste righe ti lascio la verità sulla morte di Tommasini Leone De Pasquale e Tusa.
La storia che ti sto per raccontare è un fatto che ha colpito fatalmente tante vite sconvolgendone il loro corso.. e forse potrebbe segnare anche la mia.
Tommasini, De Felice, Leone e Lo Vecchio, sono stati compagni di scuola. Ragazzi molto brillanti, portati a distinguersi e ad isolarsi dagli altri studenti. Disprezzavano il mondo che li circondava, pieni di boria tipicamente giovanile, bollavano tutto ciò che era diverso dal loro modo di pensare come volgare, ignorante e intaccato da stupide superstizioni e mode del tempo. In particolare presero di mira un prete che insegnava religione nel loro istituto. Si trattava di un povero diavolo, uno di quelli che predica bene, ma razzola male. Scoprirono che questo aveva una tresca con una prostituta, una sera lo seguirono fino a casa della donna e lo minacciarono di diffondere la notizia a scuola, gli urlarono che si doveva vergognare, che lui e gli uomini come lui si prendevano gioco delle persone più deboli. Il prete invece di non rispondere alle provocazione, affrontò i tre giovani a casa della prostituta. Li la situazione scappò di mano a tutti, e a farne le spese fu il prete stesso e la donna. I ragazzi resisi conto di ciò che avevano combinato scapparono, l’appartamento a seguito della colluttazione che ne era scoppiata, andò a fuoco, e si lasciarono questa storia alle loro spalle. Solamente che non sapevano che ad assistere alla morte del prete e della donna c’era assistito anche un bambino. Questo bambino che era rimasto nascosto per tutto il tempo della lite tra il sacerdote ei suoi allievi era padre Tusa.
So che ora sarai incredula, ma ciò che ti sto dicendo è ancora più assurdo. Questi due poveri diavoli rimasti vittima dell’intolleranza di quei giovani erano i genitori di Michelangelo Tusa. È stato lui stesso a raccontarmelo..
Il bambino è cresciuto col pensiero fisso di capire perché avevano ucciso i suoi genitori e sul modo di vendicarsi. Sebbene si fosse messo nelle mani di padre Pintacura, altra vittima innocente di questa storia, e avesse cercato conforto nella fede fino a decidersi di farsi prete, Tusa non riusciva a liberarsi del suo passato e l’ossessione di vendicarsi era sempre più forte in lui. Ha iniziato così a spiarne le loro vite, sempre in bilico tra il farsi giustizia da se o il ricattarli.
Questo fino a quella tragica notte del quattordici Novembre, notte nella quale fu ucciso l’ingegnere Leone. Ora tutto porta a dedurre che l’assassino che ha compiuto tutti questi omicidi sia Michelangelo Tusa. L’unica persona che è riuscita a salvarsi dalla vendetta del prete è Ciro Lo Vecchio, però l’ingegnere mi ha detto di aver ricevuto anche lui da poco minacce di morte, e che Tusa lo vuole incontrare, dice di aver denunciato il fatto alla polizia. Mi ha chiesto anche di accompagnarlo all’appuntamento col Tusa.
Serena, non so come andrà a finire questa storia. Ma ho una sensazione, non è stato il prete ha compiere quegli omicidi, ci sono tanti particolari che non tornano che non sto qui a scriverti, ma Tusa ha una personalità troppo fragile, è un uomo distrutto e confuso.. l’assassino è l’ingegnere Ciro Lo Vecchio. Ho avuto questa intuizione da un passo falso che ha commesso Lo Vecchio mentre parlava con me al telefono.. un aforisma.. gli è sfuggito un aforisma, un altro dopo quello che aveva lasciato accanto al corpo di Tommasini. In quegli omicidi c’era disprezzo per la vita umana, un prendersi gioco di tutti, l’ingegnere aveva tutto da perdere se usciva fuori questa storia.
Nella busta troverai anche la scheda di memoria del mio cellulare, con la conversazione che ho appena avuto al telefono con Lo Vecchio, nella quale mi dice di essere stato contatto da padre Tusa, mi chiede di accompagnarlo e che ha denunciato le minacce ricevute alla polizia. Non credo a nulla di tutto ciò, penso che padre Tusa sia stato già ucciso dall’ingegnere, questa conversazione registrata può servire come prova per condannarlo.
Ho un po’ di paura.. spero di sbagliarmi.. mi viene in mente quello che dice Robert Jordan a Maria, la ragazza che ama, nel romanzo di Hemingway Per chi suona la campana.. nel momento in cui morirò io sarò sempre con te e vivrò nei tuoi occhi.. perciò vivi, non voltarti mai indietro perché io sarò sempre con te.. Ed è la stessa cosa che dico a te Serena, perché mediante i
tuoi occhi io continuerò a vivere..
                                                                                               Tuo Andrea

Serena aveva gli occhi pieni di lacrime, la luce del sole che brillava sulla città rifletteva sul suo volto donando alla sua pelle un colore ramato. I mostri erano spariti, gli incubi svaniti, colui che amava non c’era più, ma lo sentiva per la prima volta accanto a lei. Un sorriso emerse dal suo viso, intorno non c’era silenzio, ma le diverse voci dei turisti che si mischiavano tra di loro. Livia e Domenico non dissero una parola fino a quel momento, poi vedendo il sorriso della ragazza si strinsero a lei in un caloroso abbraccio.
Serena guardò ancora una volta la città sotto di lei, quella città che stava imparando ad amare e che le ricordava maledettamente Palermo.           

giovedì 29 maggio 2014

IL GIOCO DEL RAGNO CAPITOLO 31 LA PROSSIMA SETTIMANA PUBBLICHERO' L'EPILOGO










                                          31

 Il telefonino squillò per circa un minuto prima che il suono riuscisse a svegliarmi, lo cercai a tentoni tastando qua e la il divano, poi lo presi e senza vedere lo schermo digitai sul tasto che rifiutava la chiamata e lo spensi.
-Ancora cinque minuti e mi alzo. – ripetei tra me e me.
  In realtà di minuti ne passarono trenta. Quando mi alzai, mi diressi in bagno, riempii la vasca e mi ci immersi. Con la mente ripensavo al percorso che avevo fatto a piedi dalla villetta del professore sopra Monreale fino a casa mia, era stata una lunga camminata, durante il tragitto avevo cercato di mettere in ordine tutti i pezzi della storia. Mi sfuggiva qualcosa,  un particolare che non avevo messo a fuoco. Poi non riuscivo a capire il significato di quei simboli lasciati sui corpi delle vittime, Tusa era una persona ormai ossessionata dalla vita dei quattro ingegneri, era diventata una persona del tutto squilibrata, così si potevano spiegare quei segni e quelle frase enigmatiche in latino? “In girum imus nocte, ecce et consumimur igni” questa frase mi rimbombava in testa, “Così la mano del diavolo fu veloce, diceva.. quel povero uomo era totalmente impazzito, vedeva diavoli ovunque, cercava di togliersi dalla coscienza il peso degli omicidi scaricandoli al diavolo. Un uomo così grande e grosso, ma allo stesso tempo così tanto fragile”. Il telefonino riprese a squillare, questa volta non mi sentivo di ignorarlo, uscii in fretta dal bagno, e ancora bagnato e avvolto da un’ asciugamano mi diressi verso il cellulare che aveva appena smesso di squillare. Guardai nel display, vidi che avevo diverse chiamate non risposte, quattro di Domenico, una di Serena dalla Spagna, il resto erano dell’ingegnere Lo Vecchio. “Prima mi asciugo e mi vesto e poi lo chiamo, sarà molto preoccupato per la mia sorte”. Dubitavo però che quell’uomo dagli occhi di ghiaccio e dall’espressione glaciale si fosse mai preoccupato per qualcuno. L’ingegnere però mi anticipò, il telefonino squillava nuovamente.
“Come non detto. E va bene togliamoci questo dente, rispondiamo.”
-Pronto, ingegnere è lei? –
-Sì, salve! Ma che fine ha fatto? Dove si trova? –
Il tono di voce di Lo Vecchio sembrava ansioso. Cercai di tranquillizzarlo.
-Mi deve scusare ingegnere, ma ieri nella mattinata ho deciso di tornare a casa. Sto bene comunque, non le ho risposto prima perché dormivo. –
-Mattinata? Sarà stato molto presto! Senta le devo dare delle novità, ieri notte mi sono recato dai carabinieri, ho dichiarato che il giorno prima avevo ricevuto una lettera anonima, nella quale mi si intimava di presentarmi il giorno dopo alle sei del pomeriggio alla chiesa di Santa Rita, ho detto che potevano esserci legami tra la lettera anonima e l’incendio della chiesa. Non ho aggiunto altro, non l’ho neppure menzionata. –
-Non le hanno fatto altre domande? E del prete non ci sono tracce? –
-Mi hanno chiesto se conoscevo il Tusa, ovviamente ho risposto di no. Io questo signore è la prima volte che lo sento nominare. –
 “E certo povera vittima, non ricorda niente..” anche se era passato tanto tempo e quella tragedia è stata casuale, lui e gli altri tre erano comunque responsabili della morte dei genitori di Don Tusa, sempre se il suo racconto fosse stato corretto.
-Ho però da dirle una cosa. – continuò Lo Vecchio – quando sono tornato a casa mia, ho ricevuto una telefonata.. era quel pazzo del prete, ha detto che vuole incontrarmi alle diciotto a Monte Pellegrino. Ho provato a fargli domande, ma ha riattaccato subito. Ora, mi stia a sentire, ci ho pensato tutta la notte, ho deciso di presentarmi all’appuntamento, senza dire niente alle forze dell’ordine.. perché.. perché.. insomma io ho una reputazione, siamo davanti ad un pazzo, e non tollererei che la mia vita che ho costruito con tanta fatica e con essa anche la mia famiglia, venisse distrutta e infangata da una mente malata. Andrò da solo e le confesso che ho molta paura, ma lo devo fare, e lo faccio anche per lei, visto i pericoli che ha corso ieri notte e a casa di Tommasini. –
“Il vigliacco non vuole dirlo ai carabinieri, perché uscirebbe la storia della morte dei genitori di Tusa! Questo matto si farà ammazzare”.
-L’accompagno, non mi chieda perché, ma vengo con lei. –
Risposi senza rifletterci su, sapevo benissimo che non lo facevo per lui, andavo a fondo perché volevo essere certo che ci sarebbe stata una conclusione “L’ingegnere forse non ne uscirà vivo, ma io non potrei vivere con la paura di essere minacciato o osservato da uno squilibrato! Rifletti Andrea sarebbe meglio andare dai carabinieri e riferire loro tutta la storia.. Si e poi nell’attesa che fanno qualcosa, uccide me altri e.. se tocca Serena.. No lei no, perché dovrebbe minacciare anche lei? Già e io in questa storia come ci sono caduto? Si, mettiamo fine a questa carneficina.”
Sentivo che questa storia mi stava risucchiando fin dall’inizio, più cercavo di uscirne più ne venivo invischiato, mi sentivo come quella piccola imbarcazione norvegese che finiva nel centro di un immenso vortice chiamato Maelstrom, come descritto da Edgar Allan Poe in un suo racconto.   
-Grazie, sapevo che mi avrebbe accompagnato, l’avevo giudicata come una persona coraggiosa e generosa, e non mi sono sbagliato, come vede valutare una persona è il mio mestiere. –
Accennò una risata. “Verrò, ma io la mia pelle la salvo.”
-Allora – continuò – tra dieci minuti la passo a prendere ci recheremo all’appuntamento e ci darà la radice.. e ci darà la radice del problema. –
“E ci darà la radice, già speriamo, non ci dia altro.. e ci darà la radice.. e ci darà la radice..” questa frase mi rimbombava in testa.
-Mi può dare il suo indirizzo? Pronto? Pronto..”
CLICK
“Un filo di luce forse? Forse.. Ma c’è qualche altra cosa che mi è sfuggita. Ora richiama, ora richiama”.
Il telefonino squillò subito dopo, non erano passati una manciata di secondi. Era di nuovo Lo Vecchio.
CLICK
-Pronto? Deve essere caduta la linea. –
-Sì, mi scusi mi può ripetere quello che intende fare, allora ha denunciato il fatto alla polizia, ma non ha detto niente su quest’ultima telefonata che ha ricevuto ieri notte da parte di padre Tusa? Scusi mi sono distratto un attimo ero sovrappensiero. –
-Sì, ieri prima di tornare a casa mi sono recato dai carabinieri e ho dichiarato che avevo ricevuto una lettera anonima dove mi si intimava di recarmi in una
Chiesa, che poi era quella di padre Tusa dove è scoppiato l’incendio. La notte a casa ho ricevuto una telefonata, era Tusa, mi ha detto di presentarmi oggi a Monte Pellegrino. Le ho chiesto se poteva accompagnarmi e mi è sembrato che lei abbia accettato. Mi può dare il suo indirizzo? –
Gli diedi l’indirizzo e chiusi subito la comunicazione, avevo poco e tempo e tante cose da scrivere.. dovevo scrivere, avevo bisogno di scrivere.
Scrissi due lettere, le misi in due buste diverse, ero pronto per scendere e aspettare giù l’arrivo di Lo Vecchio, prima di lasciare l’appartamento mi recai in cucina tirai fuori dal cassetto il coltello più affilato e grosso che avevo e lo misi nella tasca interna della giacca. Poi scesi, comprai i francobolli e spedii le due lettere che avevano lo stesso destinatario.
“Fatto”. La Mercedes dell’ingegnere si accostò al marciapiede. Presi coraggio ed entrai dentro.
-Salve, andiamo. – Disse senza aggiungere altro, in macchina cadde un silenzio pieno di domande.
-E’ teso vero? Non si faccia ingannare dal mio aspetto apparentemente calmo, lo sono anch’io. Apra il cruscotto per favore, ci dovrebbe essere uno stick di caramelle alla menta extra-forte, può passarmelo? –
Presi le caramelle erano quelle che mi offrì quel pomeriggio quando lo andai a trovare nel suo studio. Ne mise in bocca una.
-Buona, forte, sono le mie preferite, ne prenda una! –
Presi una caramella e la lasciai sciogliersi in bocca.
-Dove ci aspetta? – chiesi.
-A Monte Pellegrino, all’altezza della grotta del Pidocchio ci dovrebbe essere uno slargo. –
Non sapevo dove fosse questa grotta “Ingegneri.. sicuramente avrà passato la notte a scoprire dove fosse questa grotta e a studiare il percorso migliore per arrivarci”.
 Anche se avevo dormito abbastanza, cominciavo a sentirmi stanco, avevo sempre più desiderio di chiudere gli occhi e addormentarmi.
“Ma cosa c’è che mi sfugge? E  se avevo ragione? In girum imus nocte, ecce et consumimur igni..  e ci darà la radice..” Sorrisi, ma non bastava questo..
guardai attraverso il finestrino, le giornate si andavano allungando c’era ancora tanta luce, si avvertiva il primo caldo e i vestiti più leggeri dei passanti lo confermava. “.. la mano del diavolo fu veloce.. avevo davanti ai miei occhi ciò che per anni avevo solamente desiderato, ancora agonizzante .. Entrai dentro e mi imbattei nella figura imponente di padre Tusa.. Questa doveva essere l’arma con la quale mi sarei fatto giustizia..  ma qualcuno più potente di me ha deciso che la vendetta sarebbe stata in altro modo..”
Eravamo giunti ai piedi del monte, stavamo iniziando la salita.
“E no caro Tusa, qui ti sei sbagliato! A guidarti nella vendetta non era un essere soprannaturale.. tra dieci minuti la passo a prendere ci recheremo all’appuntamento, mi può dare l’indirizzo? Come faceva a sapere quanto ci avrebbe impiegato se non sapeva dove vivo?”
Il mare azzurro della Addaura splendeva alla nostra destra, un peschereccio si allontanava dalla costa.. avevo trovato la chiave.. Andrò da solo e le confesso che ho molta paura, ma lo devo fare, e lo faccio anche per lei, visto i pericoli che ha corso ieri notte e a casa di Tommasini.. così aveva detto.. solo l’assassino e Serena, alla quale avevo raccontato tutto, potevano sapere della mia presenza a casa dell’ingegnere Tommasini, la notte in cui morì.. E io quell’assassino l’ho visto ed ora ricordo che non aveva la corporatura di padre Tusa. Avevo ragione.”
-Non avete mai provato rimorsi per ciò che avevate provocato ai genitori di Tusa, lei ei suoi colleghi? Non erano altro che una prostituta e un prete    vero? –
Sbottai improvvisamente cercando di incrociare lo sguardo di Lo Vecchio. L’ingegnere rimase imperturbabile, stava affrontando una curva che finiva su un lungo tratto rettilineo.
-Poi è spuntato dal nulla un uomo che si dichiarava figlio di quella strana coppia. Aveva le prove di ciò che accadde quella notte, foto che lui stesso aveva
scattato. –
-Ma cosa sta dicendo? Si prepari a scendere siamo arrivati. –
L’ingegnere non percorse tutto il tratto rettilineo, svoltò a destra a metà strada, entrammo in uno slargo, continuò ad avanzare con la macchina e ci addentrammo in un boschetto di pini, lì fermò la macchina.
“Devo scappare, o sarà troppo tardi per me” non avevo altra scelta era l’unica via di salvezza, l’unica intenzione dell’ingegnere era quella di togliermi di mezzo, ero certo che non avremmo trovato nessun padre Tusa.
“Il bastardo l’avrà ucciso ieri sera”. Sentivo però alle gambe un certo torpore, e in generale una stanchezza sempre crescente, i muscoli pesanti i riflessi sempre meno pronti.
-Avanti scenda, l’appuntamento è qui. –
Appena mi diede quest’ordine, aprii la portiera della macchina, e mi lanciai verso l’uscita, ma anziché mettermi a correre verso la strada, caddi in avanti. Le gambe erano intorpidite, le sentivo molto pesanti come sassi. Quando mi rimisi in piedi, Lo Vecchio era già di fronte a me.
-Ma dove vuole andare? – disse ridendo.
-Non vede che siamo dove dovevamo essere? Guardi lì c’è Michelangelo Tusa. -  e mi indicò un punto in cui la terra sembrava rialzata, c’era una sorta di tumulo di terra e fogliame.
-L’ha ucciso! Vero bastardo?! Lei ha anche ucciso tutti gli altri, Leone, De Felice, Tommasini e Pintacura. –
-Che bravo, lei dimostra di essere intelligente e siccome mi è anche simpatico le racconterò tutta la storia. –
- Lei è un pazzo, e non è nemmeno tanto furbo, se sono riuscito a smascherarla io ci riusciranno polizia e carabinieri, lei si è tradito più volte stamattina al telefono. Sa da cosa ho capito che era stato lei? Da un palindromo, e ci darà la radice.. le devono piacere molto i giochi di parole.. –
- In girum imus nocte, ecce et consumimur igni.. Allora quel foglio, l’ha trovato lei, pensavo fosse andato disperso, peccato, non ho avuto tempo di tatuarlo sul corpo del povero Tommasini. Sicuramente sarebbe stato un altro colpo di scena. Lei è più astuto di quanto pensavo. Anche se ha commesso un errore. Non riesce a camminare bene, vedo.. le è piaciuta la caramella? –
“Mi ha drogato, che stupido che sono stato! Sono fregato..”
-Si tratta solamente di Ketamina, non è altro che un potente anestetico che blocca le vie nervose.. sa è fortunato.. non solo perché è riuscito per ben due
volte a salvarsi, ma anche perché non sentirà troppo dolore.. tra poco.. –
Mi appoggiai con la schiena alla macchina, cominciai a sudare freddo, mi sentivo sempre più debole. Tenevo una mano sopra la giacca in corrispondenza con la tasca interna dove avevo sistemato il coltello, era l’unica strumento per difendermi che potevo utilizzare e dovevo essere pronto in ogni istante a controbattere un possibile improvviso attacco da parte dell’ingegnere. Lui in realtà era sempre calmo e distaccato, come un cobra aspetta che il veleno iniettato ad una preda facesse effetto immobilizzandola.
-Io e gli altri miei tre ex colleghi, eravamo compagni di scuola, frequentavamo il liceo classico Umberto I. Eravamo molto amici, un’amicizia cementata dalla comune passione per la scienza e per il Positivismo. Ovviamente l’humus nel quale vivevamo è uguale a quello che c’è oggi.. ed è tutto dire.. ci isolavamo nelle nostre letture, nelle nostre traduzioni di greco e latino, nelle dimostrazioni di Analisi Matematica, nei nostri esperimenti di fisica. A scuola godevamo di una certa fama, i nostri insegnanti o ci apprezzavano per la nostra vivacità intellettuale o ci detestavano. E quelli che ci detestavano ci vedevano come delle teste calde, degli agnostici filo comunisti, dissacratori delle sacre tradizioni popolari della nostra terra. In realtà non capivano niente, non eravamo filo comunisti, a noi della politica non interessava nulla, del resto anche quelli che si definivano comunisti ci disprezzavano, accusandoci di snobismo e individualismo. A noi di queste persone non interessava nulla.. che continuassero a cullarsi nelle loro illusioni. L’unica persona che non tolleravamo era il nostro insegnante di religione. Per noi la religione era uno specchio per allodole, entrammo subito in conflitto con lui. Era un personaggio squallido, predicava bene e razzolava male. Cominciammo e seguirlo, assistevamo alle sue messe e gliene facevamo di tutti i colori. Era un individuo ignorante, scoprimmo che si approfittava delle sue parrocchiane, e che aveva una relazione con una prostituta. Era un pappone, un uomo semplicemente ridicolo. Quella sera a cui si riferisce, noi volevamo solo smascherarlo, la cosa poi degenerò. Riuscimmo ad entrare nella casa della prostituta, il prete era furioso. Impazzito si avventò su di me. Mi voleva strozzare! Capisce?! –
Lo Vecchio, mi faceva terrore, confrontavo il racconto che mi aveva fatto don Tusa, tutto agitato, sudato, lui al contrario era imperturbabile, pacato, ricostruiva la storia con lucidità, un pezzo alla volta, il tempo c’era, le mie gambe perdevano forza a poco a poco.
-L’ho ucciso io, per difendermi, o morivo io o moriva lui. E per fortuna trovai un coltello sul tavolo e lo feci secco. La donna non ricordo nemmeno come sia morta. Abbandonammo il posto e cercammo di riprendere la nostra vita. Per quanto mi riguarda, non ebbi nessun rimorso, per me si trattava di un pidocchio, per gli altri miei amici fu più difficile, ma eravamo giovani, non potevamo rischiare di compromettere il nostro futuro. Tutto fu superato, con gli anni la faccenda venne sepolta, la nostra amicizia si allentò finché non persi le tracce di Tommasini e De Felicie, rimasi amico di Leone. Lo scorso Settembre, tutto improvvisamente precipitò. Ciascuno di noi cominciò a ricevere delle buste anonime che contenevano nostre foto di anni diversi che ritraevano vari spaccati delle nostre vite. Qualcuno ci aveva spiati per anni a nostra insaputa. Non riuscivamo a capire il senso di tutto questo, a Novembre però ricevetti una foto particolare, era di quella maledetta sera, mi rivedevo da adolescente davanti al corpo inerme del prete, ad accompagnare la foto c’era un bigliettino che ci diceva di presentarci il quattordici Novembre a Piazza Pretoria. –
L’ingegnere sbottò in una risata che aveva un qualcosa di atroce.
-Che stupidi! Dovevamo non presentarci! Glielo spiegai, dissi chiaramente di cestinare la foto, si trattava di uno squilibrato, che non dovevamo temere niente. Invece scoprii che i miei ex compagni, chi per motivi morali, Tommasini per esempio mi confessò di aver portato questo grosso peso per anni, chi invece per paura di una tardiva giustizia, cominciavano a cedere. Io la notte del quattordici, mi presentai prima dell’ora dell’appuntamento, dopo di me si fece vivo solo Leone.. non c’era altra scelta, avevo costruito la mia carriera con molta fatica e col sudore, non potevo distruggere tutto per uno squilibrato e per dei rammolliti, avevo portato con me un coltello, la pioggia fitta fu decisiva per ucciderlo senza dare nell’occhio. La croce che spuntò dopo, non fece altro che romanzare tutto. Non so nemmeno da dove sia spuntata. –
“Quella notte eravate in tre all’appuntamento”.
-Le illusioni mio caro.. i media trasformarono la morte di Leone in un romanzo. L’effetto che ne scaturì sugli altri miei ex compagni fu quello desiderato. Avevano paura, pensavano che l’assassino fosse stato l’enigmatico ricattatore, ma qualcosa andò storto, Tommasini voleva lavarsi la coscienza presentandosi alla polizia, De Felice dava segni di squilibrio. In più non sapevamo chi fosse quest’uomo che ci ricattava. Non potevo rischiare, dovevo uccidere gli altri due. Poi è entrato nella storia lei, Tommasini pensava che fosse lei l’assassino. Scoprì dove abitava, ma una volta conosciuta ha capito che lei era estraneo a tutto. Decisi così di ucciderli entrambi e di alimentare la falsa pista dell’omicidio seriale. Le devo confessare che la cosa cominciò a piacermi, riempire di frottole gli italiani era una cosa che pensavo di poter fare solamente se avessi fatto il prete o il politico. In fondo Palermo mi deve ringraziare, ho donato un brivido, una scossa a tutti gli abitanti. L’essere umano è più attratto dal male che dal bene, se lo ricordi. –
“Quest’uomo è pazzo”. Le gambe stavano cedendo, mi stavo accasciando sulla macchina, le palpebre le tenevo aperte a stento.
-Una volta uccisi, mi mancava da scoprire chi fosse l’artefice di quelle foto, e sistemare anche lei. Fu più facile la prima cosa. Con grande sorpresa fui contattato da padre Pintacura, mi disse che aveva cose importante da dirmi, chi fosse costui non lo sapevo minimamente. Ci incontrammo nella chiese di San Giuseppe dei Teatini, a quest’incontro si presentò anche Michelangelo Tusa. Tusa rimase in silenzio per quasi tutto l’incontro, Pintacura mi spiegò tutta la storia, pensavano che a causare gli omicidi fosse stato il demonio. Si può arrivare a questo mi chiedo? –
“In effetti ci hanno preso, che differenze possono esserci tra questo pazzo e il diavolo?”
-Tusa voleva il mio perdono, e io glielo detti. Quello squilibrato non si rendeva conto di aver condannato a morte un altro uomo. Rimasto solo col vecchio prete lo uccisi. La cosa più difficile invece, come dicevo, era eliminare lei. Ho provato a farlo a casa del Tommasini, ho ritentato a casa sua, stava per morire nell’incendio che ho appiccato alla chiesa, ma i pompieri l’hanno tratto in salvo. –
-Lei ha ucciso padre Tusa, e poi ha incendiato la chiesa con me dentro! Lei è un pazzo! –
Gli urlai in faccia con tutta la rabbia che avevo.
-Ho saputo, con pazienza, come un ragno, tessere la mia rete, e lei involontariamente c’è caduto, comunque sia se non fosse caduto in quella mia, sarebbe finito in quella costituita da illusioni, tessuta dalla vita, in questa rete ci finiamo tutti, come vede per lei il destino non è stato banale.. Adesso caro mio tutto finisce, si cala il sipario, troveranno il suo corpo accanto a quello di Tusa. Un ultimo mistero per questa città assetata di mostri e di eroi. –
Mi girai di scatto e cercai di correre, Lo Vecchio si fiondò su di me, mi afferrò da dietro per il collo, mi voleva girare e strozzare, infilai una mano nella tasca interna della giacca dalla quale presi il coltello, lo impugnai con tutta la forza, adesso aspettavo solamente di trovarmelo davanti. Ed infatti l’ingegnere mi girò con una facilità impressionante, quell’uomo era dotato di una forza mostruosa, persi l’equilibrio caddi all’indietro con l’uomo su di me. Lo Vecchio cadendo si ritrovò l’addome squarciato dalla lama del mio coltello, io invece urtai la testa su un masso e persi i sensi.
E fu il buio.

 Non so quanto tempo passò dall’impatto che ebbi col terreno al momento in cui mi rialzai. Mi sentivo leggero, non avvertivo dolori, anche se dovevo avere una grossa ferita alla testa, dietro di me c’era tanto sangue, ma non me ne curai. Con la coda dell’occhio vidi il corpo di Lo Vecchio inerme poco distante dalla chiazza di sangue, ma non me ne curai. Respirai con forza, poi mi feci avanti tra i rami bassi di alberelli di pino, per raggiungere lo spiazzale che dava sulla strada, da lì mi trovai davanti l’intera città di Palermo. Non l’avevo mai vista così bella, per la prima volta l’immagine della mia città mi strappò un sorriso, un sorriso sincero di ammirazione per la sua bellezza. La luce che proiettava era sempre più intensa, tutto era ormai il passato.